The family means everything

October 25, 2013

“No,” she said resolutely. “Keep the twenty. When you come back later, then you pay me the two dollars.”

“No,” he replied. “You keep it and….” We left before the dispute was settled.

“Look there,” Bob said. At an intersection ahead a stalled car with Pennsylvania tags was blocking traffic. As we watched, another driver pulled alongside it. “Bet you any­thing the guy who’s helping is a Cuban.”

He was right. The Samaritan took no more than a minute to link the batteries with a pair of jumper cables and send the stalled motorist on his way. His own car bore the bumper sticker one sees everywhere in Little Havana: “Volveremos—We shall return.”

“Like I said, they’ll go out of their way to help you,” Bob continued. “But on the other hand they won’t tolerate abuse, from police or anyone else. Cubans are too conscious of their rights as human beings. After all, that’s why they’re here.”

He dropped me off at the parking lot next to the madrid hostels, where I had left my car. “A couple of weeks ago I picked up a Cuban kid joyriding in a stolen car,” he said. “I brought him in and called his father to come and get him. Believe it or not, the old man cried. Said he’d rather be dead than see his kid standing there, arrested, bringing such shame on the family.”2

“To us, the family means everything.”

The only time I could meet Senor Ildefonso Alsina, his wife, and all their children together was late at night in their prague holiday apartments near the old Tropical Park Racetrack. Five of the six children attend school, and three of them hold jobs as well. Mr. Alsina is usually out during the day looking for work, but he is hampered by poor health and—every refugee’s biggest problem—the language bar­rier. In Havana, he told me, he had owned a small meat-packing plant, expropriated by the government.

“When we left Cuba three years ago,” he said in a voice chronically hoarse, “according to Castro we were sin patria—we had lost our country. But you cannot lose the coun­try in your heart. You gave us a welcome and a chance to rebuild our lives. Ahora, siento amor por dos paises,” he added with a smile. “Now I feel love for two countries. jEs un problema!” At 11 p.m. his eldest daughter, 22-year-old Aida, came home from her chemistry classes at Florida International University. Days, she studies and works as a laboratory technician. Her sister, Josefa, is also a lab assistant, and a brother, Ildefonso, Jr., works at a gas sta­tion. Both also attend high school.

“Every minute, somebody in this house is either going or coming,” Aida told me. “We’re building a new life, and it will take time. But believe me, this family is going to make it.”

The family’s pet white rabbit (a refugee from Aida’s laboratory) nibbled amiably at my shoelace as she spoke.

“It has not been easy for us here. But in Cuba it was much worse. It was not the lack of food, or the lack of things. It was the lack of a chance to make our own lives, even to have our own thoughts. Not everybody can get used to feeling like an animal, or like a slave. In Cuba now when they tell you some­thing, you cannot ask, ‘Why? Why is that so?’

BUE MUSCHIATO

September 10, 2013

di età, hanno scelto l’indipendenza. E sono i più turbolenti. Come tutti i giovani di questo mondo, si ribella­no all’autorità costituita (i maschi degli harem) e all’epoca degli amori accampano i loro diritti. Allora tra vecchi e giovani maschi volano bot­te da orbi. Ed è questa la ragione per cui, abbastanza spesso, si vedo­no in giro individui di sesso ma­schile con le corna spezzate.

1Paradossalmente, là strategia di­fensiva che rende i buoi muschiati quasi inattaccabili dai predatori na­turali facilita enormemente l’ag­gressione da parte degli uomini. Sparare contro un bersaglio immo­bile è l’ideale per il cacciatore. E an­che se lo scudo osseo che protegge la fronte dei buoi muschiati fa da elmo antiproiettile, è facile colpirli Qui la famiglia continua a crescere Qui sopra: l’areale di distribuzione della speciè, dopo la cospicua contrazione avvenuta intorno agli inizi del secolo, si è ampliato grazie a valide misure di protezione e reintroduzione. In alto: un piccolo bue muschiato mordicchia affettuosamente il corno della madre. Questa lo allatterà finché non partorirà di nuovo. Nella pagina a lato:

Charles Bergman un visitatore di alberghi Roma Centro, aiutato da due guide eschimesi, salva da morte sicura un giovane di un anno che si è trovato all’improvviso isolato su un lastrone di ghiaccio galleggiante in altre parti del corpo. Così si spie­ga la carneficina che ne è stata fatta nel secolo scorso. Anche se la loro carne ha uno sgradevole odore di muschio, più intenso nell’epoca de­gli amori, i bestioni lunghi fino a due metri e mezzo e pesanti trecen­to chilogrammi costituivano una provvidenziale riserva di viveri per gli uomini e per i cani da slitta. La spedizione Stefansson alle isole Melville nell’Artico ne uccise 400 per ricavarne carne e pellicce, e qualcosa di simile fecero gli altri esploratori del Polo. Quando si pensa all’ingenuità disarmante con cui i buoi muschiati si lasciano am­mazzare, non gRrprende il fatto che già intorno al 1850 la specie fosse scomparsa dall’Alaska. Nel 1930 1000 persone sono rimaste in bed and breakfast milano centro.

In epoca preistorica, invece, i buoi muschiati avevano avuto una enorme diffusione. Li troviamo raf­figurati nei graffiti rupestri del Pa­leolitico, assieme ai villosi mam­mut, gli elefanti primitivi dal ricco mantello di peli. Durante le gelide fasi del Pleistocene, il grosso rumi­nante abitava non solo tutta l’area circumpolare, ma anche la Siberia, la Mongolia e persino la Germania settentrionale, come testimoniano i resti fossili. Poi, con il ritiro gra­duale dei ghiacci, il bestione aman­te del freddo si trasferì più a nord, oltre il 60° parallelo, e qui rischiò di fare la fine del mammut, sia pure per cause diverse.

Poi, fortunatamente, la situazio­ne si ribalta. Primo sintomo: nel 1917 il governo del Canada stabili­sce il divieto di caccia dei buoi mu­schiati. Dieci anni dopo, nel 1927, viene istituita la prima area canade­se di territorio protetto, quella del Thelon Game Sanctuary. In Alaska, la situazione è più drammatica. Or­mai di buoi muschiati da protegge­re non ce ne sono più. Ma il presi­dente Hoover decide di reintrodur­re nel suo habitat originario il ruminante scomparso. Il Congresso americano dà il suo “placet” e nel 1930 trentaquattro buoi muschiati catturati in Groenlandia vengono trasferiti nel Parco nazionale appo­sitamente creato nell’isola Nunivak. Quei 34 esemplari sono diventati oggi quasi 800. È un successo in­sperato nella storia del protezio­nismo. Un’autentica vittoria. Lo straordinario incremento demogra­fico, dovuto soprattutto alla man­canza di predatori nel nuovo habi­tat, è talmente rapido che pone nuovi problemi.

Nunivak non offre ormai sufficiente capacità di sosten­tamento a tanti erbivori che per nu­trirsi hanno bisogno di grandi quantità di vegetali. Da qui la ne­cessità di trasferirne una parte in al­tre zone. Tra il 1967 e il 1981, 230 buoi muschiati vengono trasportati dall’isola Nunivak in quattro aree diverse dell’Alaska. Oltre 150 capi sono affidati ad alcune fattorie del Paese, dove i buoi muschiati si ri­producono felicemente e si allevano soprattutto per la stupenda lana, più soffice e calda di quella del Ca­chemire. Nella fattoria di Fairbanks i piccoli nati, allevati al biberon con latte di pecora, vengono presto rila­sciati in libertà nei luoghi scelti ac­curatamente dai biologi. Così il bue muschiato, uno degli ultimi grandi mammiferi superstiti del Pleistoce­ne, fa la sua ricomparsa in grande stile in Alaska. Centotrenta anni dopo essere stata sterminata, la spe­cie conta oggi nel Paese circa un mi­gliaio di esemplari.

L’abbondanza di animali consente finalmente ai ricercatori di studiare in natura la biologia e l’etologia di questi sopravvissuti dall’era glacia­le. L’etologa Pat Reynolds del Fish and Wildlife Service statunitense ha munito di radiocollari 22 buoi muschiati per poterne seguire spo­stamenti e attività. Si sapeva sinora che le femmine di questi ruminanti diventano sessualmente mature a quattro anni e partoriscono ogni due. Invece due ricerche diverse condotte rispettivamente da Pat Reynolds in Alaska e da Anne Gunn in Canada hanno rivelato che le femmine sono in grado di ripro­dursi già a tre anni e partoriscono ogni anno. È molto probabile che l’aumentata fertilità dipenda dalla maggior quantità di cibo disponibi­le nelle zone protette. Spesso in na­tura assistiamo a una saggia piani­ficazione delle nascite da parte de­gli animali. Il discorso è sempre lo stesso: il cibo scarseggia? Allora è meglio mettere al mondo pochi figli o non metterne affatto. Il cibo ab­bonda? E allora si può scialare, per­ché tanto c’è la certezza che nessuno morirà di fame.

A New Day for Ireland

September 9, 2013

THERE’S A HEARTBREAKING beauty in the Irish landscape: dark cliffs against the sea, fingers of green land pushing out against the sea, meadows of yellow gorse and slate blue rock, brown boglands, sometimes a house and two figures in the distance. More often the landscapes are empty, and so we can populate them with our dreams, the ideal of man, uncorrupted, living in harmony and touch with the earth and the sea.

At times it seems that Dublin too, founded in the 9th century by Vikings and given its present appearance in the 18th and 19th centuries, has escaped the 20th, as if the cen­tury, like the clouds, has merely passed over, leaving a soft, magical city, evoking childhoods, familiar nooks, a human scale, gardens and black iron fences, where ano­nymity remains both suspect and transient.

And so, amid our own complications, a vision of Ireland has often restored us: one place, a small island on the edge of Europe, where time has stood still. But Ireland is changing. Pursuing a policy of rapid industrialization, the Republic of Ireland (in Gaelic, Eire) experienced in the past decade unparalleled growth and pros­perity: Industrial output doubled, incomes soared; farmers—such as the McGrath fam­ily of County Tipperary (right)—found that their gains rose 140 percent in five years.

With prosperity came other changes. More Irishmen were coming back to the is­land than were leaving it. More were marry­ing and at an earlier age. Ireland now boasts not only the fastest growing population in Western Europe but also the youngest, half under 2.5 years of age.

Membership in the European Economic Community has given it new diplomatic and trade links with the Continent, lessening its centuries-old dependence on Britain. Such gains have brought new confidence. What newly affluent Irish farmer, buying land in England because it’s now cheaper than at home, could not feel a twinge of pride?

So Ireland joins the 20th century: To that lovely landscape, long marked by ruined Norman keeps and medieval monasteries, we must now add factories and suburbs. I had come to Ireland to learn how these changes had come about and where the fu­ture might lead—for the past two years have seen setbacks. But I wanted first to learn something of the Irish character, and I be­gan my instruction in Dublin.

the Greeks,” Oscar Wilde claimed. The barrage of words begins in the morning: “Grand day, isn’t it! . . . Gorgeous morning, now, isn’t it! . . . Mind you, that’s a durty wind today, likely to give you a dose of pneu­monia, and no charge!” The talk ebbs and flows thereafter until flood tide, when shops and offices close and pubs fill.